Da Dio al Mercato: 9. Quando “economia” significava un’altra cosa

di Alessandro Freddi

(segue: 8. L’obolo di Caronte)

L’inverno del 585 avanti Cristo, Talete di Mileto compra i diritti su tutti i frantoi della città e sull’isola di Chio. Non c’è nessuno a competere con lui: è fuori stagione, le olive non sono ancora mature, nessun proprietario di frantoio si aspetta una richiesta. Talete paga poco. In primavera, quando le olive arrivano tutte insieme e ogni agricoltore cerca un frantoio con urgenza, Talete affitta i suoi a qualunque prezzo voglia. Incassa. Si ritira.

Aristotele racconta questa storia nella Politica. Non per ammirare Talete: per condannarlo. Il filosofo di Mileto aveva costruito un monopolio speculativo senza produrre nulla, senza lavorare la terra, senza trasformare la materia. Aveva anticipato il futuro e l’aveva monetizzato. Per Aristotele questo non era ingegno economico. Era un’aberrazione cosmica.

Il problema è che Talete aveva già vinto. E non ha smesso di vincere.

La parola che abbiamo perso

La parola «economia» viene dal greco oikonomia: oikos, casa, più la radice nem-, regolare, amministrare. L’arte di gestire la casa. Non un sistema astratto con leggi proprie, non una disciplina accademica separata dalla vita civile — ma l’insieme delle pratiche attraverso cui una famiglia, una comunità, una città si procura ciò che è necessario per vivere bene.

Il primo a usare questa parola come titolo di un’opera fu Senofonte, nel suo Economico, scritto intorno al 362 avanti Cristo. È un dialogo tra Socrate e un ricco ateniese, Iscomaco, sulla gestione della casa e dei campi. Si parla di come coltivare la terra, di come organizzare il lavoro domestico, di come tenere i conti di una proprietà agricola. Non c’è una parola sull’accumulazione della ricchezza come fine. L’oikonomia di Senofonte è un’arte pratica al servizio della vita buona, e il titolo che scelse per descriverla sarebbe sopravvissuto per duemilatrecento anni, svuotato di quel significato originale.

Aristotele colloca la sua analisi dell’economia nella Politica, non in un trattato separato. E non è un dettaglio bibliografico: è una dichiarazione di metodo. L’economia non è una sfera autonoma. È incorporata nella vita politica della comunità. Non ha leggi proprie che trascendono i rapporti sociali: ha scopi, e quegli scopi vengono decisi dalla polis. Moses Finley ha mostrato come i Greci non avessero nemmeno una parola per «economia» nel senso moderno: l’oikonomia era la gestione della casa, non un meccanismo autoreferenziale che si giustifica da solo.

Questa assenza non era ingenuità. Era una scelta cosmologica: l’accumulazione in quanto tale non aveva un posto nella gerarchia dei valori. Aveva un posto la vita buona del cittadino. L’economia era uno strumento di quella vita, non il suo fine.

La distinzione che cambia tutto

Nel primo libro della Politica, Aristotele costruisce una distinzione destinata a percorrere tutta la storia del pensiero economico occidentale. Da un lato l’oikonomia: la gestione della casa e della città, l’arte di procurarsi ciò che è necessario alla vita. Dall’altro la crematistica: l’arte di accumulare ricchezza in quanto tale, il commercio e il prestito come fini e non come mezzi.

La prima è naturale, perché ogni essere ha bisogni da soddisfare e la natura fornisce gli strumenti per soddisfarli. Ha un limite intrinseco: Aristotele chiama questi bisogni anagkai: le necessità, ciò che la natura impone e che, una volta soddisfatto, smette di reclamare. La quantità di beni necessaria a vivere bene non è infinita. Non si può mangiare più di quanto si abbia fame. Non si può vestire più di quanto serva per coprirsi.

La seconda non ha limiti. Trasforma il denaro, uno strumento di scambio nato per facilitare la vita della comunità, in un fine autonomo. E poiché il denaro è privo di qualità proprie, poiché la sua essenza è puramente quantitativa, il desiderio che genera non conosce sazietà. Si può sempre volere di più. L’accumulazione illimitata è la forma economica della pleonexia (il vizio del «volere sempre di più») che per Aristotele è il difetto fondamentale che distrugge la comunità.

Karl Polanyi, duemila anni dopo, definì questa analisi «il segnale forse più profetico che si sia mai avuto nel campo delle scienze sociali». Aristotele aveva individuato il momento esatto in cui la motivazione economica si sgancia dai rapporti sociali in cui dovrebbe restare immersa. Quel momento era già avvenuto. Lo stava descrivendo dall’interno.

Il denaro che partorisce

La forma più aberrante della crematistica, per Aristotele, è il prestito a interesse. Il termine greco per «interesse» è tokos: la parola che significa «figlio», «prole», da tiktein, generare. Il denaro partorisce denaro. I figli assomigliano ai genitori: il denaro generato dall’interesse è denaro di denaro.

Aristotele giudica questa logica come la più innaturale in assoluto. La moneta nacque per facilitare gli scambi: è uno strumento, non un organismo vivente. Chi pretende che generi altra moneta usa uno strumento di scambio per un fine che la natura non gli ha assegnato. Non è moralismo: è una critica strutturale. Il prestito a interesse estrae valore senza passare per la produzione di alcun bene reale. Produce dal nulla o meglio, produce prelevando dal tempo altrui, dal futuro di chi ha contratto il debito.

Georg Simmel, nella Filosofia del denaro, avrebbe poi descritto la dinamica psicologica di quella mutazione con una precisione che Aristotele non aveva: poiché il denaro è totalmente privo di qualità, il desiderio che suscita non incontra mai i limiti di sazietà tipici dei beni concreti. Il mezzo più astratto della vita diventa il fine più assoluto. Il denaro non è un mezzo verso cui si è indifferenti una volta soddisfatto il bisogno: è un mezzo che, proprio perché non ha contenuto proprio, può sempre essere desiderato di più. La crematistica non è un vizio individuale. È una trappola strutturale incorporata nella natura del denaro.

Talete aveva già vinto

Aristotele racconta la storia di Talete per dimostrare che i filosofi potrebbero arricchirsi facilmente se volessero — ma che il loro vero scopo è un altro. È una difesa della filosofia contro chi la accusa di inutilità pratica. Ma nel farlo rivela qualcosa che non intendeva rivelare: la speculazione era già operante, già tecnicamente sofisticata, già capace di estrarre valore senza produrre nulla.

Talete non lavora la terra. Non trasforma le olive in olio. Non porta nulla al mercato. Compra un’opzione, il diritto a usare i frantoi a un prezzo fissato in anticipo, e rivende quella opzione a prezzo di monopolio. È esattamente la struttura logica del derivato finanziario moderno: separare il diritto sull’asset dall’asset stesso, monetizzare l’anticipazione del futuro, estrarre valore dall’asimmetria informativa.

Il fatto che Aristotele racconti questo episodio nella Politica dice già tutto. La crematistica non era per lui un problema economico: era un problema politico. Una logica senza limite che, se lasciata agire, avrebbe corroso l’ordine della polis. Aristotele l’aveva vista. Aveva trovato le parole per descriverla. Non aveva avuto gli strumenti per fermarla. E Talete, o chi stava dietro la logica di Talete, continuò a speculare sui frantoi di ogni epoca.

Adam Smith capovolge tutto

Nel 1776, Adam Smith pubblica la Ricchezza delle nazioni. Il titolo è già un programma: non la vita buona del cittadino, non l’equilibrio della comunità ma la ricchezza delle nazioni. L’accumulazione è diventata il fine dichiarato dell’economia. E Smith costruisce l’architettura teorica che la legittima: l’interesse individuale, perseguito liberamente da ciascuno, produce attraverso la «mano invisibile» un beneficio collettivo che nessuno aveva pianificato.

Ciò che per Aristotele era un’aberrazione contro natura — il denaro che genera denaro, l’accumulazione come fine, la crematistica svincolata da ogni limite sociale — diventa in Smith il motore razionale della prosperità collettiva. La parola «economia» sopravvive. Il suo significato è stato sostituito.

Non è che Smith non vedesse i rischi. Li vedeva, e in parte li tematizzava. Ma la struttura del suo sistema era già orientata: l’economia è una sfera autonoma, retta da leggi proprie, e quelle leggi tendono naturalmente all’equilibrio se non vengono distorte dall’intervento esterno. L’oikonomia di Aristotele era incorporata nella politica. L’economia di Smith incorpora la politica in sé: diventa il metro con cui si giudicano le scelte pubbliche, il linguaggio in cui si traducono le priorità collettive.

Polanyi avrebbe mostrato, un secolo e mezzo dopo Smith, dove portava quella autonomizzazione: il mercato autoregolato, lasciato a se stesso, distrugge le basi sociali su cui si regge. La terra, il lavoro, la moneta non sono merci come le altre: trattarle come tali è una «finzione» che smantella il tessuto della vita sociale. Aristotele lo sapeva. Lo aveva chiamato crematistica. Smith l’aveva ribattezzata economia.

La domanda che resta

Se Aristotele aveva già descritto il problema con duemila anni di anticipo — se aveva già visto che l’accumulazione illimitata era strutturalmente diversa dalla gestione dei bisogni, che il denaro come fine distrugge la comunità, che la speculazione estrae senza produrre — la domanda non è se avesse ragione. La domanda è più scomoda: perché il sistema ha risposto realizzando esattamente l’incubo che descriveva?

Una risposta parziale è che Aristotele non aveva strumenti istituzionali per tradurre la sua critica in meccanismi di contenimento. Aveva le parole, non le procedure. Ma c’è qualcosa di più profondo: la crematistica che Aristotele condannava non era un errore da correggere. Era una logica coerente con una cosmologia specifica: quella in cui il tempo è lineare, il progresso è un dovere, l’accumulazione è un segno di grazia. Quella cosmologia non c’era ancora al tempo di Aristotele. Sarebbe arrivata dopo, e di essa parleranno i prossimi articoli.

Nel frattempo, ogni volta che qualcuno usa la parola «economia» come se fosse un dato naturale, come se il Mercato fosse il nome dell’ordine delle cose, sta usando una parola greca per dire qualcosa che i Greci avrebbero trovato incomprensibile. E forse pericoloso.

(segue)

Fonti

Aristotele, – Politica, libro I, UTET, Torino 1992.

Finley, Moses I. – L’economia degli antichi e dei moderni, Laterza, Roma-Bari 1974.

Polanyi, Karl – La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

Senofonte – Economico, Rizzoli, 1991

Simmel, Georg – Filosofia del denaro, UTET, Torino 1984.

Smith, Adam – La ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 1975 [ed. or. 1776].


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